La presidenza brasiliana della COP30 ha pubblicato il 3 novembre la tanto attesa roadmap sulla deforestazione, delineando possibili modalità con cui i Paesi possono trasformare gli impegni esistenti in materia forestale in azioni concrete. Il documento volontario non introduce nuovi impegni né riapre decisioni già concordate e resta al di fuori degli esiti formali dei negoziati sul clima delle Nazioni Unite.

Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva aveva proposto per la prima volta delle roadmap sulla deforestazione e sulla transizione dai combustibili fossili prima della COP30 a Belém. Entro la fine del vertice, 93 Paesi avevano appoggiato la roadmap sulle foreste, esprimendo sostegno allo sviluppo di percorsi volontari per invertire la perdita e il degrado delle foreste entro il 2030. Il numero è rimasto al di sotto delle 196 parti necessarie per raggiungere il consenso in una COP.

L’obiettivo dichiarato della roadmap è sostenere un’azione coordinata e guidata dai Paesi, tenendo conto delle circostanze e delle priorità nazionali. La sua elaborazione si è basata su oltre 200 contributi presentati da governi, blocchi negoziali, gruppi della società civile, ricercatori, popoli indigeni, imprese e altri soggetti. Diciotto Paesi e quattro blocchi hanno presentato contributi propri. La Climate Policy Initiative ha svolto il ruolo di segreteria e partner tecnico del processo.

Il documento suddivide le proposte in tre aree: azione nazionale, cooperazione internazionale e finanziamenti. Per quanto riguarda gli sforzi nazionali, prende in esame cinque ambiti: mantenimento delle foreste, loro uso sostenibile, contrasto al degrado e alla deforestazione, nonché ripristino o creazione di foreste. Individua 18 possibili modalità di attuazione, tra cui le aree protette, il riconoscimento dei diritti territoriali dei popoli indigeni, misure contro parassiti e malattie delle piante e limiti alle autorizzazioni per attività che comportano la conversione delle foreste.

Descrive inoltre un processo in cinque fasi che i Paesi potrebbero usare per pianificare l’azione nazionale, insieme a indicazioni sulle condizioni che possono favorirne l’attuazione, come una migliore governance del territorio e l’educazione ambientale. Per quanto riguarda la cooperazione internazionale, la roadmap evidenzia i punti di intersezione tra gli accordi sul clima, la biodiversità, il territorio e i diritti umani nelle questioni forestali. Invoca una cooperazione tecnica e un rafforzamento delle capacità più efficaci, osservando che i Paesi non hanno tutti la stessa capacità di accedere alle informazioni sul monitoraggio delle foreste e di utilizzarle.

La roadmap affronta la criminalità e il commercio transfrontalieri, raccomandando di rafforzare la capacità nazionale di indagare sui crimini ambientali e di adottare politiche commerciali che incentivino una produzione sostenibile e a deforestazione zero. Sostiene che le misure premiali per il rispetto delle norme sono generalmente più efficaci di quelle che impongono agli esportatori oneri economici e amministrativi aggiuntivi.

I finanziamenti costituiscono un tema centrale. Il documento stima che entro il 2030 serviranno 300 miliardi di dollari all’anno per fermare e invertire la deforestazione, mentre i finanziamenti attuali ammontano a meno di un terzo di tale cifra. Quasi il 90% dei finanziamenti esistenti proviene da fonti pubbliche nazionali. Le sue 10 proposte includono l’allineamento dei finanziamenti pubblici agli obiettivi forestali, il miglioramento della condivisione dei benefici e il rafforzamento del ruolo delle foreste nei mercati del carbonio.

I Paesi hanno individuato una serie di ostacoli all’attuazione dei piani per le foreste. Tra questi figurano le pressioni dell’attività mineraria e dell’agricoltura, il disboscamento illegale, le diverse definizioni di degrado forestale, l’accesso limitato e imprevedibile ai finanziamenti e le difficoltà nel monitorare la deforestazione e il ripristino. Diversi Paesi hanno inoltre segnalato l’aumento dei rischi di incendi boschivi e la necessità di sistemi di allerta precoce e di monitoraggio nelle aree remote. Altri ostacoli sono legati a circostanze nazionali specifiche, tra cui la limitata disponibilità di terreni a Mauritius e la dipendenza dalla legna da ardere di gran parte della popolazione del Sudan, in un contesto di conflitto.

Alcuni governi hanno messo in discussione il processo o hanno scelto di non sostenere la roadmap alla COP30. L’India si è opposta all’inclusione, nell’esito negoziato del vertice, di roadmap volontarie al di fuori dell’agenda formale, ma in seguito il suo ministro dell’Ambiente ha dichiarato che il Paese accoglieva con favore la roadmap sulle foreste. La Russia ha sostenuto che il quadro climatico internazionale vigente non prevedeva un mandato per una roadmap universale e ha inoltre sollevato preoccupazioni riguardo al commercio e all’assenza di una definizione universalmente concordata e giuridicamente vincolante di degrado forestale. Altri Paesi erano preoccupati che iniziative di mitigazione non negoziate potessero entrare in competizione con priorità dell’agenda formale, come i finanziamenti per l’adattamento.

La roadmap si basa su precedenti accordi internazionali, tra cui la Dichiarazione dei leader di Glasgow sulle foreste e l’uso del suolo e il bilancio globale della COP28, che ha riconosciuto l’importanza di fermare e invertire la deforestazione e il degrado forestale. Lo scopo del documento, si legge, è contribuire a portare avanti tali impegni esistenti. La presidenza brasiliana ha invitato i Paesi a proseguire il dialogo fino alla conclusione del secondo bilancio globale nel 2028.

Fonti: Carbon Brief.